OFFSHORE: ENTRO IL 2030 DECOMISSIONING PRIMA ATTIVITA’ NEL MARE DEL NORD

Il decomissioning degli impianti offshore – considerando rimozione delle piattaforme di superficie, delle strutture sottomarine, chiusura dei pozzi e tutti gli altri interventi necessari a smantellare gli insediamenti produttivi utilizzati per lo sfruttamento di un giacimento – diventerà il primo business nel Mare del Nord entro 10 anni al massimo, superando le attività di sviluppo di nuovi pozzi.

E’ questa la previsione della società specializzata Wood Mackenzie, ripresa dall’agenzia di stampa Bloomberg che ha recentemente pubblicato un focus sull’argomento.

“Solo in Gran Bretagna verranno spesi 26 miliardi di dollari in interventi di decommissioning di piattaforme offshore da qui al 2030” ha spiegato Paul Main, analista di Wood Mackenzie. “A metà del prossimo decennio, le compagnie spenderanno più per rimuovere strutture oil&gas non più utili che per sviluppare nuovi giacimenti in quest’area”.

Secondo la Oil & Gas Authority (OGA) del Regno Unito, sono necessari 49 miliardi di sterline per smantellare tutte le strutture offshore non più utili, presenti nel Mare del Nord. Stima ridotta del 10% rispetto alla previsione formulata dall’authority solo un anno fa: negli ultimi 12 mesi, infatti, l’efficienza operativa degli interventi di decomissiong in corso nell’area sarebbe aumentata notevolmente, comportando una parallela riduzione dei costi. La OGA sarebbe comunque convinta che ci siano ancora ampi margini di miglioramento, e che quindi sia possibile raggiungere la cifra target di 39 miliardi di dollari di spesa necessaria, grazia ad un ulteriore incremento dell’efficienza operativa delle aziende specializzate, e quindi ad un conseguente abbattimento dei costi.

Quello che è certo è che, date tali prospettive, il decomissiong sta diventando un business sempre più appetibile per gli operatori in grado di offrire questo tipo di servizio. Specie se completo e ‘chiavi in mano’ (finora molti soggetti si proponevano di svolgerne solo la rimozione di alcune parti, ma la tendenza si sta invertendo).

Ed è proprio su questo che punta Fairfield Decom, una joint-venture tra diversi operatori britannici dell’offshore specializzata negli interventi di decomissioning, citata da Bloomberg. La società al momento sta portando a termine il complesso (ci sono strutture sottomarine in cemento del peso di 20.000 tonnellate e più di una dozzina di pozzi, oltre ai topside delle piattaforme) decomissioning degli impianti di sfruttamento della Greater Dunlin Area. Si tratta di vecchio giacimento di petrolio scoperto da Royal Dutch Shell nel Mare del Nord nel 1973 e rimasto produttivo fino al 2015, quando il crollo del prezzo del barile di greggio – dagli oltre 100 dollari del 2014 ai 30 dell’anno seguente – ha reso insostenibili gli elevati costi di manutenzione e gestione dell’impianto.

Al momento quello della Greater Dunlin è l’unico contratto di decomissioning detenuto da Fairfield Decom, ma il managing director della società Graeme Fergusson ha assicurato – parlando con Bloomberg – di avere già moltissime richieste da parte di potenziali clienti per altri incarichi di questo tipo.

E se le previsioni di Wood Mackenzie si dimostreranno corrette, è molto probabile che le commesse saranno sempre più numerose.

Related posts