martedì, Agosto 3, 2021

L’EUROPA RISCHIA DI ESSERE TAGLIATA FUORI DAI ‘NUOVI’ GIOCHI DELL’ENERGIA

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In tutto il mondo, e in particolar modo nell’area del Mediterraneo orientale, è in atto un nuovo gioco geopolitico per il controllo delle fonti di energia: un partita che ricalca schemi già visti, anche se con inedite declinazioni (in primis la variabile della ‘transizione’, i cui profili sono ancora poco definiti), ricca di protagonisti, tra cui però rischia di non comparire l’Europa, sempre più confinata ai margini di questa arena.

Uno scenario articolato, descritto nelle sue plurime sfaccettature dai protagonisti del seminario ‘I nuovi giochi dell’energia’, organizzato dall’ISPI (l’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) e accessibile solo via streaming, a causa delle restrizioni conseguenti alla diffusione del coronavirus.

A delineare il profilo dei principali player che stanno prendendo parte al ‘nuovo gioco’ dell’energia – dopo l’intervento istituzionale di Manlio Di Stefano, Sottosegretario di Stato agli Affari Esteri – è Stefano Agnoli, giornalista del Corriere della Sera, che ricorda come, al fianco dei grandi ‘imperi’ del nostro tempo, USA, Cina e Russia, si stiano muovendo altri soggetti come la Turchia, intente ad imporre il proprio ruolo nel teatro del Mediterraneo orientale. Le iniziative di Ankara, secondo Agnoli, sono mosse anche da interessi di natura nazionale, ma la scelta di campo di Erdogan è chiara: il ‘sultano’ turco gioca al fianco di Putin, e le attività offshore al largo di Cipro, ritenute illegali da buona parte della comunità internazionale, sarebbero proprio mirate a rallentare lo sfruttamento delle risorse scoperte in questa porzione del Mare Nostrum da parte delle major occidentali e quindi ad ostacolare la comparsa sul mercato di fonti di approvvigionamento alternative al gas russo.

Giochi nuovi, che però – come sottolinea Sissi Bellomo, giornalista de Il Sole 24 Ore – non si discostano molto da quelli che da sempre caratterizzano l’industria energetica internazionale: “Da questi giochi, che sono sempre gli stessi vecchi giochi dell’energia, l’Europa rischia di restare tagliata fuori”. Colpa, secondo la cronista del quotidiano economico milanese, “di una divisione interna dettata dalla divergenza di interessi dei diversi Stati membri dell’UE. Distanze più che legittime, che vedono la Germania, alle prese con il phaseout da carbone e nucleare e quindi estremamente bisognosa di nuove e ingenti fonti di gas naturale, sostenere fortemente le iniziative russe (a partire dal Nord Stream 2), e un altro blocco di Paesi, guidato dalla Polonia, avversare invece le mosse di Gazprom con l’obbiettivo di attenuare la dipendenza da Mosca”.

Situazione resa ancora più complessa, secondo Bellomo, “da una contingenza particolare: oggi infatti ci troviamo ad avere un’abbondanza di risorse, quando meno di quelle fossili, a fronte però di una scarsità di finanziamenti. Il mercato dei capitali guarda con molta diffidenza all’industria energetica, i cui titoli in Borsa sono infatti da tempo in sofferenza a vantaggio di aziende ritenute più ‘green’, come per esempio Tesla”.

Si può quindi parlare di crisi del settore? Non secondo Marco Alberti di Enel, che ricorda: “Nel 2014, quando sono entrato nel gruppo, la capitalizzazione di Borsa di Enel era pari a 34 miliardi, oggi abbiamo raggiunto gli 80 miliardi di euro”. Certo, aggiunge Alberti, “è innegabile che il mercato stia cambiando: muta la geografia della produzione di risorse energetiche, e si evolve anche la dinamica della domanda”. E se è vero che oggi l’Europa è poco più che spettatrice del ‘gioco’ energetico globale, in questo scenario in rapida evoluzione la progressiva diffusione delle fonti rinnovabili “potrebbe venire in soccorso proprio del Vecchio Continente, che potrebbe porsi alla testa di questo cambio di paradigma”.

Si apre così il capitolo ‘transizione’, termine ormai inflazionato e riferito ad un concetto ancora molto vago, su cui prova a fare chiarezza, raffreddando facili entusiasmi, Massimo Nicolazzi, manager di lungo corso del settore energetico e docente ai corsi ISPI: “Una transizione si potrà realizzare, ma non sarà rapida, e tanto meno sarà a costo zero”.

Nel periodo 2009-2019, infatti, non è mai diminuito né il consumo di combustibili fossili né la produzione di emissioni. “Grazie ad un aumento dell’efficienza si è ridotta l’intensità energetica, ovvero la quantità di energica consumata per la produzione di ogni punto di PIL, ma la crescita demografica continua a sostenere i consumi energetici in valore assoluto”.

Inoltre, oggi i combustibili fossili sono disponibili in grande quantità e “i paesi produttori, molto più dipendenti dalle entrare generate da gas e petrolio rispetto al passato, difficilmente si possono permettere di non vendere”. Una modifica del mix energetico verso un maggior utilizzo di fonti rinnovabili, secondo Nicolazzi, può quindi avvenire solo tramite incentivi in grado di rendere competitive queste ultime in termini di prezzo. “Una politica che però ha un costo: già oggi in Italia il 20% della bolletta serve a finanziare gli incentivi alle rinnovabili. Sostenere la transizione ha un costo, che quasi sempre non è ripartito in modo progressivo e quindi pesa maggiormente sulle fasce sociali più deboli. Bisogna quindi essere ben consapevoli che la transizione energetica non sarà indolore: avrà un costo elevato e genererà forti tensioni sociali. I ‘gilet gialli’ in Francia hanno costituito un esempio lampante di questa dinamica”.

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