domenica, Settembre 25, 2022

PETROLIO: DIALOGO ‘COSTRUTTIVO’ TRA USA E RUSSIA MENTRE I SAUDITI FATICANO A VENDERE LA LORO PRODUZIONE EXTRA

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Continuano a muoversi rapidamente le pedine sullo scacchiere petrolifero internazionale: mentre l’Arabia Saudita sta tentando di rubare quote di mercato ai competitor piazzando i frutti della sua extra-produzione (conseguenza del mancato accordo sul taglio dell’ouput tra OPEC e Russia), impresa in cui sta riscontrando più difficoltà del previsto, Mosca cerca, e sembra trovare, una sponda a Washington, dove l’amministrazione Trump sta facendo di tutto per arginare il crollo del barile ormai giunto a un livello inferiore rispetto ai costi di produzione dello shale oil americano.

E’ lo stesso Dipartimento dell’Energia USA a dare notizia del colloquio avvenuto tra il suo titolare Dan Brouillette e il parigrado russo Alexander Novak riguardo la situazione del mercato petrolifero. Confronto che viene definito ‘costruttivo’ e che ha avuto come esito quello di concordare un nuovo vertice, che dovrebbe coinvolgere tutti i principali produttori e compratori mondiali di greggio.

La situazione è complessa per tutti: Mosca, che ha assicurato di non voler incrementare la sua produzione, ha visto crollare l’export di greggio verso i tradizionali acquirenti europei a causa delle misure di lockdown anti-coronavirus imposte da molti Paesi del Vecchio Continente, e del conseguente crollo della domanda di prodotti petroliferi. Un parziale sollievo, per i produttori russi, sembra però arrivare dalla Cina: secondo i dati di Refinitiv, citati dalla società di brokeraggio navale genovese Banchero Costa, infatti, la Repubblica Popolare importerà via mare, ad aprile, un volume di greggio russo record, pari di 1,6 milioni di tonnellate. Segnale che Pechino ha deciso di approfittare dell’attuale basso prezzo del barile, e del crollo dell’import europeo, per rinforzare le proprie scorte strategiche.

Sull’altra sponda dell’Atlantico, invece, la principale preoccupazione del Governo USA è quella di disinnescare il vorticoso crollo del prezzo del petrolio, sceso ormai a livelli pericolosamente bassi, già ampiamente al di sotto del costo di produzione (che è elevato rispetto ad altre tipologie di greggio) dello shale oil americano. Gli estrattori locali sono sotto pressione, ed essendo tutti fortemente indebitati a livello finanziario, si teme l’esplosione di una bolla che potrebbe avere effetti dirompenti anche al di fuori del perimetro dell’industria petrolifera.

Motivo per cui Washington si sta spedendo attivamente per provare a convincere l’Arabia Saudita a tornare sui suoi passi. Il regno mediorientale, il primo produttore petrolifero del mondo, dopo il mancato accordo in sede di OPEC+, ha annunciato (come ‘ripicca’ contro i competitor) la sua intenzione di incrementare considerevolmente l’output nazionale, mossa che ha sancito l’avvio del crollo del barile e che, nelle intenzioni di Riad, avrebbe dovuto però consentire un’immediata espansione della quota di mercato del Paese e della sua corporation nazionale, Saudi Aramco.

Il piano per inondare il mercato di petrolio saudita, però, sta incontrando più ostacoli del previsto, dovendo anch’esso fare i conti con quello che ormai ovunque viene definito il ‘nemico invisibile’, ovvero il coronavirus. Sempre secondo l’analisi di Refinitiv, infatti, non si sarebbe scatenata nessuna corsa al greggio arabo: nonostante i prezzi molto bassi, la domanda mondiale è troppo debole, a causa delle misure di lockdown, e quindi gli acquisti da parte dei principali importatori stanno rallentando, invece che aumentare. Inoltre, nel tentativo di far arrivare il suo greggio ovunque, Saudi Aramco deve anche fare i conti con l’impennata dei noli delle navi petroliere, che essa stessa ha contribuito almeno in parte a generare: con il crollo dei prezzi e la progressiva saturazione dei depositi terrestri, molti trader stanno noleggiando tanker VLCC per stoccare petrolio in attesa di poterlo rivendere quando il barile tornerà a salire. Ma la forte richiesta di unità di questo tipo ha inevitabilmente fatto lievitare il livello dei noli, che incidono pesantemente anche sui costi di trasporto.

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