IL ROCA LANCIA L’ALLARME SULLA POLITICA DEL GOVERNO NEL SETTORE OIL&GAS

Gli operatori offshore del distratto di Ravenna, riuniti nel ROCA (Ravenna Offshore Contractors Association), sono “fortemente preoccupati” per il programma del nuovo Governo riguardo le attività oil&gas sul territorio nazionale, che di fatto conferma l’impostazione restrittiva già avviata dalla componete pentastellata del precedente esecutivo.

Impedire le attività di estrazione, soprattutto nell’offshore, è – secondo l’associazione guidata da Franco Nanni – “una grande presa in giro agli italiani. Non perforando in Italia semplicemente importeremo il gas dall’estero pagandolo di più, inquinando di più e togliendo lavoro alle aziende italiane”.

Produrre gas a chilometri zero potrebbe infatti minimizzare il rischio di aumenti del costo in bolletta derivanti dalle dinamiche di domanda e offerta del prodotto a livello internazionale: “Presto la bolletta del gas aumenterà del 3,9% causa la scelta di minor produzione di gas olandese. Se avessimo il nostro gas questo incremento non si verificherebbe” rileva il ROCA.

Significativo anche l’impatto sull’occupazione: negli anni ’90, le aziende aderenti all’associazione romagnola davano lavoro a oltre 10.000 persone, mentre oggi gli addetti diretti sono solo 3.000 (a cui vanno aggiunte altre 3.000 unità di indotto) e “se il Governo non cambierà, si perderanno altri 2.000 posti di lavoro in due anni” mettono in guardia i contractors nella loro nota. “Negli ultimi anni, 5 aziende hanno chiuso o sono entrate in procedura concorsuale liquidatoria e anche il distretto Eni di Ravenna sarà a rischio chiusura se le centrali non avranno gas. Come pure l’OMC non avrà più ragione di svolgersi in una nazione che non ha attività nell’oil&gas”.

Per fare un esempio concreto, il ROCA cita il progetto di sviluppo del campo Bianca Luisella, che l’Eni ha già pronto ma che è obbligato a tenere in stand-by: “Se partisse questo intervento verrebbero investiti 180 milioni di euro con la creazione di 5.300 posti di lavoro”.

Ma non è solo la corporation pubblica italiana a voler investire nel Belpaese: secondo l’associazione molte altre compagnie petrolifere come Shell, Total, Edison, e soggetti minori come le americane Global Med, Delta e AleAnna, le britanniche Rockhopper, Nothern Petroleum e Sound Energy con la sussidiaria Appennine e l’australiana Po Valley legata a Saffron Energy, sarebbero pronte a farlo.

“È necessario sbloccare a breve questa stagnazione per richiamare investimenti fonte di crescita e nuovi posti di lavoro. Nelle proiezioni del MISE, l’Italia avrà bisogno di ingenti quantità di gas. È assurdo che lo importiamo, spendendo e inquinando di più, quando abbiamo ancora riserve disponibili” conclude il ROCA.

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