giovedì, Ottobre 6, 2022

STORICO ACCORDO OPEC+ SU TAGLIO DELL’OUTPUT MA PER ORA IL GREGGIO NON DECOLLA

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Dopo giorni e giorni di trattative, e il rischio di un buco nell’acqua a causa principalmente dell’atteggiamento intransigente del Messico, alla fine il tanto atteso – più da alcuni che da altri – accordo sul taglio della produzione petrolifera mondiale è arrivato a Pasqua, ma nel primo giorno di apertura dei mercati post-deal gli effetti sembrano non avvertirsi, col greggio che continua a soffrire.

Secondo quanto riportato dalla principali agenzie internazionali, l’accordo è stato raggiunto lo scorso weekend e prevede un taglio complessivo dell’output dell’OPEC+ (l’OPEC storico a cui si aggiungono la Russia e altri paesi produttori di petrolio) pari a 9,7 milioni di barili al giorno. Cifra leggermente inferiore ai 10 milioni di barili al giorno fissati come target all’inizio del confronto, ma comunque sufficiente a rendere questo taglio il più ingente mai effettuato nella storia dell’organizzazione dei paesi produttori.

All’esito positivo della trattativa – secondo le ricostruzioni – avrebbe contribuito in misura determinante la mediazione di Donald Trump. Il Presidente USA era infatti il leader maggiormente convinto della necessità di ridurre la produzione mondiale per arrestare il crollo del barile e possibilmente invertirne la rotta. O quantomeno il più interessato a questo risultato, per ragioni ben note: i produttori di shale oil americani hanno costi maggiori (a causa delle particolari tecniche di estrazione utilizzate) rispetto ai loro competitor, inoltre sono pesantemente esposti a livello finanziario. Un marcato così debole rischia quindi di danneggiare in modo irreparabile l’industria petrolifera a stelle e strisce, cancellando migliaia di posti di lavoro.

Proprio la volontà di raggiungere un accordo a tutti i costi aveva anche portato Trump a proporre di accollare materialmente agli USA una parte dei tagli che a livello nominale sarebbero toccati al Messico, ma che il Paese centroamericano non sembrava intenzionato a effettuare. Il rifiuto messicano di ridurre il proprio output è stato il principale ostacolo all’accordo, ed ha portato i suoi frutti, almeno dal punto di vista di Città del Messico: il grande Stato latino taglierà la sua produzione solo di 100.000 barili al giorno. USA, Canada e Brasile contribuiranno invece, a livello complessivo, per 3,7 milioni di barili al giorno, anche se la ‘sforbiciata’ maggiore toccherà ad Arabia Saudita e Russia, che sono i principali produttori mondiali di greggio.

L’efficacia di questo ‘cut’ sul mercato del petrolio – che, oltre alla guerra dei prezzi, deve fronteggiare anche un crollo della domanda di prodotti raffinati conseguente alla misure di lockdown attuate da tutti i principali paesi occidentali per arginare l’epidemia di coronavirus – è però ancora tutta da dimostrare e i primi segnali non sembrano incoraggianti. Alla riapertura tutti i principali listini mondiali sono in calo, e anche le quotazioni del greggio continuano a soffrire. Non è un caso che il Trump abbia già annunciato, con un ‘tweet’ come spesso capita, che il vero obbiettivo, per rimettere in sesto l’industria energetica globale, è un taglio delle produzione petrolifera di ben 20 milioni di barili al giorno.

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